Giuseppe Piccioni

Regista e Sceneggiatore

Preghiera della sera (diario di una passeggiata)
documentario in corso di produzione di Giuseppe Piccioni, con Filippo Timi e Lucia Mascino intorno alla realizzazione dello spettacolo Promenade de Santé di Nicola Bedos, per la regia di Giuseppe Piccioni, messo in scena al Teatro delle Muse di Ancona nel settembre del 2020. Prodotto da Velia Papa con Marche Teatro ed Esmeralda Calabria con AkiFilm

Finalmente, nell’ultima settimana di agosto ci trasferiamo ad Ancona, Teatro delle Muse, per una prima tornata di prove. Più che altro cominciamo a stabilire una confidenza con quello spazio. Perché qualcosa cambia, anzi cambia tutto. Non sono abituato alla distanza in cui si pone di solito un regista teatrale, seduto in platea, accanto ai tecnici del suono, al direttore delle luci, allo scenografo. Mi mancano i primi piani, certo, ma non mi sento del tutto inadeguato. Anche se usiamo i microfoni cambia anche il modo in cui vengono dette le parole. Il microfono aiuta, perché gli attori possono permettersi di recitare anche sottotono, se ne hanno bisogno; possono bisbigliare, mormorare. Però la distanza fisica da chi guarda rimane. E allora mi accorgo, io, devoto sostenitore dell’underplay cinematografico, da sempre insofferente alle declamazioni teatrali, a quelle voci impostate, scandite, mi accorgo che la voce può avere un suono diverso, teatrale comunque; una cadenza più musicale, necessaria proprio perché gli attori sono distanti e il mormorio non basta a suggerire qualcosa che ha a che fare con il realismo. L’impressione altrimenti, pur con i microfoni, è che qualcuno laggiù, sul palco, si stia facendo i fatti propri. Capisco anche che, con un testo così zeppo di dialoghi, il silenzio, quello prolungato, oltre la misura di una pausa naturale, ha un effetto enorme, ci scuote, così come speriamo scuota lo spettatore.

E accanto a tutto questo la città: Ancona. Ancona ci accoglie in una calda giornata di fine agosto, con quei frammenti di mare che scorgiamo dalla piazza davanti al teatro, che non sembra farci immaginare che nei dintorni ci sia un altro mare, quello di una strana eccezione nella costa del medio adriatico, un’interruzione nella continuità di un paesaggio che è quello della riviera, quel felice errore della natura, quei luoghi che rispondono ai nomi di Portonovo, Sirolo, Numana. E quando non abbiamo tempo per spostarci basta affacciarci al Passetto, in quel pezzo dove l’armonia del paesaggio naturale si impreziosisce anche con le architetture residuali del fascismo con il suo monumento ai caduti, la scalinata che scende a mare, la piccola verde pineta che ci racconta di una città che ama il suo mare, e passeggiare, quando si può. E tutto ci fa pensare che ancora oggi, nonostante la pandemia, nonostante le mascherine, immersi in tutto questo, davanti a questo pezzo di mare, sotto questi pini, la vita possa apparire migliore, per tutti. Perché quello scorcio di mare, quelle scale, quell’ombra sotto i pini, sono di tutti, poveri o ricchi, giovani o vecchi.

A nessuno è negato quel sentimento di conforto. In quei luoghi passeremo dei momenti bellissimi, nelle rare pause dal lavoro, con l’impressione però che tutto si leghi: il teatro, la città, le spiagge e anche, dobbiamo ammetterlo, la pandemia, la sua insidiosa vicinanza. È da questi giorni che all’ottimismo iniziale si fa strada il timore che anche lo spettacolo potrebbe essere messo in discussione. Vedendolo retrospettivamente è da quei giorni che i numeri cominciano lentamente, molto lentamente, a risalire.

Eppure, nonostante l’ottimismo diffuso, non eravamo del tutto tranquilli. Speranzosi certo, ma non del tutto tranquilli. Velia Papa, il direttore del teatro indossa sempre la mascherina, è la più ligia ad osservare le norme e non esita a rammentarcele. In quell’illusione che il virus stia per uscire di scena, il suo comportamento ci sembra quasi anacronistico, mentre è solo previdente. Poi ci sono loro, i compagni di strada che ci affiancheranno nel lavoro. La troupe del Teatro, tra cui quelli che lavorano alla maggior parte degli allestimenti come Lucio Diana, scenografo e Stefania Cempini, costumista. E poi gli altri, i tecnici, le maestranze, il personale di sala e quelli impegnati nell’organizzazione; e c’è anche chi si occupa di noi, dei problemi logistici, degli eventuali spostamenti. Tutti molto gentili, collaborativi. Ma devo confessare che, nel mio lavoro, i momenti inziali sono i più delicati, soprattutto adesso che mi trovo in un territorio che non è il mio, il teatro. In più sono lontano dalla rassicurante Roma, rassicurante anche nell’inerzia, nei rinvii. Mi trovo in una città che ho visitato altre volte, in poche occasioni e solo per motivi di lavoro, quasi mai per più di un giorno o due, e che non ho mai capito. L’impressione di una città dispersiva, con un mare che ho identificato sempre come quello del porto commerciale, perché il porto turistico si nasconde alla vista, almeno nei punti in cui mi è capitato di entrare in città. Non avevo mai capito, prima, se in Ancona ci fosse un centro, un centro storico come nella maggior parte dei paesi, cittadine, borghi delle Marche. E poi salite e discese, incomprensibili, una città che appare molto più grande ed estesa di quello che è, soprattutto se si fa riferimento al numero effettivo dei suoi abitanti. Insomma avevo una visione piuttosto confusa di questa città. Semplicemente non l’avevo capita, non mi era ancora capitato di starci così a lungo.

Più passano i giorni e più questa città mi è familiare, anche architettonicamente contiene gli elementi tipici della provincia ma il nostro sguardo si sorprende a scoprire prospettive più ampie insolite, slarghi, piazze, strade, viali. E il mare, il mare c’è sempre, impegnato in una gentile vigilanza; il mare che non sembra nemmeno sfiorato dal turismo insolente e fracassone. E poi adesso mi sembra che in una città come questa, per un attimo, la produzione culturale, le nostre migliori idee possano convivere e formarsi in un contesto in armonia con la natura e con un arcipelago di ristorantini, locali, caffè, punti di ritrovo. Non asettici uffici, dunque, e nemmeno stanze in cui la burocrazia riesca facilmente a intristirci, ma luoghi che fanno da piacevole diversivo al nostro lavoro, luoghi che non sono un semplice corredo, che sono uno dei motivi che rallegrano e nutrono questa mia esperienza.

Come ci sono arrivato qui? E comunque mi sembra sempre che la troupe, i tecnici, le maestranze sappiano bene che sono un assoluto neofita in fatti teatrali, un parvenu. Sono io a interrogarmi se ho misurato bene i miei passi, se è lecito per un regista di cinema questa invasione di campo. A volte, mi scappa, durante le prove, con gli attori. Ogni tanto dico “azione!” Lucia e Filippo ci ridono su ma loro, in qualche modo, hanno familiarità con questa abitudine. Me la perdonano, anzi a volte la incoraggiano, forse perché è un’indicazione chiara, più precisa di un semplice, fiducioso “vai”.

Insomma devo conquistare la fiducia degli altri, meritarmela sul campo, con i fatti, con i pensieri, le scelte, i comportamenti, senza inibire le mie richieste, né il desiderio di realizzare qualcosa che non rientri docilmente nella norma “teatrale”; e tuttavia affrontare tutte le difficoltà specifiche di quel tipo di lavoro. Non sottrarmi a quell’obbligo di un rapido apprendistato. Così bastano un paio di giorni a capire che posso fidarmi degli altri, della loro esperienza ma anche della loro disponibilità a seguirmi, ad assecondarmi, e qualche volta a sopportarmi.